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L’Italia che dimentica la meritocrazia e si consegna ai mediocri (di A. Barbano)

La logica esclude che il merito abbia una propensione no vax. Ma l’esperienza dimostra che nel lungo calvario della pandemia non è stato vaccinato. Se c’è una vittima dell’emergenza culturale che il virus ha scatenato nelle società contemporanee, è l’idea che il merito sia ancora il mezzo per selezionare la classe dirigente, per attribuire responsabilità nel lavoro, per costruire futuro. A destra come a sinistra rischia di diventare la grande amnesia della ripartenza. È scomparso dai programmi dei partiti e dalla propaganda dei leader. È calpestato dalle manovre di Palazzo. A scuola la Lega preme per l’assunzione in ruolo di un esercito di precari non abilitati, anche a costo di organizzare farseschi percorsi formativi. In fabbrica il Pd promuove una riforma degli ammortizzatori sociali che garantisca una rendita blindata e improduttiva, scoraggiando l’impegno del lavoratore espulso a reinventarsi. Se si aggiunge l’idiosincrasia dei Cinquestelle, si comprende come il merito sia ormai estraneo alle narrazioni egemoni con cui la politica racconta il Paese.

La pandemia rischia di essere il colpo di grazia sulla sua sorte, ma il merito era già a mal partito. La crisi della globalizzazione lo ha messo da tempo sul banco degli imputati. La rediviva ideologia marxista lo vede come un ostacolo al piatto egualitarismo redistributivo che persegue. Il populismo etnoconservatore di destra lo identifica in quella élite cognitiva e tecnocratica ritenuta responsabile della crisi finanziaria e incapace politicamente di porvi rimedio. Così la retorica del merito, usata e abusata più o meno da tutti fino a pochi anni fa, è stata soppiantata dalla retorica della lotta alle diseguaglianze, di cui il merito oggi è considerato la causa.

Purtroppo questa drammatica semplificazione ha infiltrato la cultura che si professa riformista e liberale. Non ne sembrano immuni neanche due studiosi del calibro di Michele Salvati e Norberto Dilmore, nel pur bel libro «Liberalismo inclusivo», in uscita con Feltrinelli e presentato a Viterbo all’Assemblea nazionale di Libertà eguale, l’agorà dei sedimenti liberali presenti nel partito democratico. È singolare che, in duecentocinquanta pagine di grande interesse, la parola «merito» ricorra una sola volta, per dire che le diseguaglianze crescenti «sono frutto del funzionamento di meccanismi di mercato che favoriscono il merito».

Il giudizio suona come un’abiura e consegna la nozione di merito all’esclusiva del neoliberismo. Sembra così chiudersi una parentesi liberale, in cui timidamente il merito era stato assunto anche a sinistra come la leva per tendere a una società più giusta, in grado di garantire una effettiva eguaglianza di opportunità a tutti. Non è più il fantasma dell’autorità, demolita dalle battaglie del Sessantotto in nome dei diritti, a istigare la sinistra al divorzio dal merito. Ma l’idea che una società meritocratica creerebbe ineguaglianze profonde negli esiti finali, attivando non solo una mobilità sociale dei migliori verso l’alto, ma anche una verso il basso, costituita da una classe discendente di ex ceto medio, minacciosa per la coesione sociale e magari anche foriera del populismo. Messa in questo modo, la rabbia che racconta i perdenti della globalizzazione sarebbe una conseguenza della meritocrazia.

Questa idea si è radicata nella sinistra riformista italiana, perché sembra dare una risposta esauriente a due quesiti irrisolti della storia recente: perché la stagione socialdemocratica dei diritti e del welfare negli anni Ottanta entra in una stagnazione irreversibile? Perché le riforme liberali avviate dal governo Renzi nel secondo decennio si rivelano ininfluenti sulla crescita e sulla mobilità sociale?

L’idea che sia il merito a produrre ingiustizia schiaccia il pensiero riformista sul paradigma massimalista e statalista del marxismo ideologico, ma è rassicurante: perché assolve la sinistra di governo dall’incapacità di rendere effettiva quella svolta liberale che segna di un’incompiutezza irresolubile tutto il suo cammino. Non a caso se ne fa primo interprete Nicola Zingaretti, il più conservatore dei segretari nella storia del partito democratico.

In realtà è vero l’esatto contrario: l’irrilevanza delle politiche riformiste, tanto alla fine della prima Repubblica quanto al confine della Seconda, deriva dalla timidezza con cui fu usato il merito per riattivare l’ascensore sociale e sfidare la crescente corporativizzazione del sistema, che, a sua volta, è in parte figlia di una cultura di diritti senza doveri di cui la stessa sinistra si è fatta interprete. È più facile oggi pentirsi della propria prudenza, piuttosto che assumere la responsabilità di una pedagogia del merito e dei doveri, con cui stringere un patto sul futuro tra la politica e i cittadini.

C’è da chiedersi, però, quale prezzo paghi una società le cui posizioni di vertice non siano occupate in base al merito, ma in base a un sistema che garantisce gli «esiti» secondo un’astratta idea di uguaglianza. La rinuncia a porsi questa domanda è rinuncia a una quota di utopia, di cui la sinistra non può fare a meno. È svendita della speranza di riscatto, garantita a chiunque da pari opportunità, in cambio di un risarcimento redistributivo che si esprime oggi nell’eredità universale ai diciottenni, proposta da Enrico Letta e pescata nel pessimismo astioso di un’ideologia sconfitta dalla storia. Che può, al più, rivalersi sul passato, non costruire futuro. Che cosa ha a che fare l’agenda dei riformisti con quella di economisti come Thomas Piketty, il cui obiettivo è frantumare la ricchezza e distribuirla con l’iperprogressività fiscale e le patrimoniali?

La redistribuzione concepita come un risarcimento, e non più come una funzione della ricchezza prodotta, è l’altra faccia dell’abiura del merito, in nome di un radicalismo egualitario e antielitario. Ma è il tradimento del riformismo, per il quale il merito non è il presupposto di un vantaggio individuale, ma la leva di una responsabilità pubblica, che affida ai migliori l’obiettivo di promuovere e sostenere il cambiamento e i suoi costi.

Un Paese senza élite meritocratiche è la democrazia dei furbi e dei mediocri. Che calpesta l’orgoglio di far valere il proprio talento e i propri sacrifici, discrimina i più deboli, innaffia il nepotismo. Lo racconta Adrian Wooldridge, editorialista dell’Economist, nel suo libro «The Aristocracy of talent», dimostrando come il merito sia il volto più autentico della giustizia sociale e stia alla democrazia esangue e corporativa come un’energia rivoluzionaria che la sfida e, perciò, fa paura. Due motivi per farne una risorsa della solidarietà e non consegnarlo alla soffitta della storia o, peggio, all’individualismo di chi vorrebbe sfruttarlo solo per sé.

 

Source

“https://www.huffingtonpost.it/entry/litalia-che-dimentica-la-meritocrazia-e-si-consegna-ai-mediocri_it_613e2229e4b00ff836edfa9f”
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